lunedì 2 settembre 2013
Dietro l’attacco a Zizek c’è tutto l’odio di Chomsky per i postmoderni. Una diatriba che affonda le proprie origini nella teoria linguistica. La storia del linguaggio è stata divisa in B.C. e A.D.: “Before Chomsky” (prima di lui) e “After his Discoveries” (dopo le sue scoperte). E in mezzo ci sono le guerre con i semiologi decostruzionisti, postmodernisti, strutturalisti. La linguistica americana chomskiana contro quella francese. Tutto inizia in mezzo all’Atlantico in burrasca su una vecchia carcassa affondata dai tedeschi e recuperata dagli americani, un giorno del lontano 1953, quando, in preda al mal di mare, un giovane studente di linguistica nato a Filadelfia e desideroso di raggiungere l’Europa, Noam Chomsky, si ritira in cabina e viene folgorato da un’idea. E se l’uomo possedesse un organo del linguaggio? Un’entità mentale, astratta ma reale, localizzata nel cervello? Tutti ritengono, compreso il suo maestro Zellig Harris, che per quanto attiene il linguaggio il cervello dell’uomo sia “tabula rasa”. E che i neonati imparino a parlare per apprendimento, imitando la madre e quanti altri gli sono vicini. Il guaio è “la povertà degli stimoli”, rimugina Noam Chomsky, figlio di un insegnante di ebraico. Come può un bambino che sente un numero grande ma finito di frasi, spesso smozzicate e sgrammaticate, a imparare a formularne un numero praticamente infinito, alcune delle quali mai pronunciate da nessun altro? E, per di più, a formularle senza errori di sintassi? No, gli stimoli sono troppo pochi per ammettere che l’uomo impara a parlare per apprendimento.
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